TRASGREDIRE CHE COSA?

 

Intervista a Vincenzo Tallarico, raccolta e scritta da Barbara Biscotti

 

Una premessa di carattere storico è necessaria, ai fini della comprensione del tema della trasgressione nel tāntra. Esso ha avuto a che fare con diversi movimenti religiosi: l’induismo, il jainismo, il buddhismo, il sikhismo. La matrice concettuale, tuttavia, è unitaria: ‘tāntra’ significa, dal punto di vista etimologico, ‘unione, mettere insieme, unire’.
Nel buddhismo, in particolare, il tāntra fa la sua comparsa intorno al VII-VIII secolo d.C., quando prende avvio un movimento che considera la pratica tradizionale, specialmente dei sūtra, non effettiva e trasformativa, a livello individuale. In quel periodo (precedente di alcuni secoli l’arrivo dell’invasione Islamica dell’India (1193), che farà tabula rasa di molte scuole di buddhismo e di induismo), sebbene vi fossero molti studiosi brillanti, detti paṇḍit, in particolare nell’università monastica di Nālandā, nel sud dell’India, la pratica stava tuttavia assumendo natura prevalentemente protocollare, non personalizzata.

 

Nel buddhismo, d’altra parte, ed in particolare nel buddhismo tantrico tibetano, è fondamentale la presenza del lignaggio, ossia la trasmissione energetica di ispirazione e realizzazione da maestro a discepolo, e tutte e quattro le Scuole tibetane derivano da maestri di lignaggio indiano, i cosiddetti Mahāsiddha (di cui, storicamente, ne sono riconosciuti 84), il cui appellativo letteralmente significa: “coloro che hanno realizzato i grandi poteri”, il potere definitivo della conoscenza intuitiva dei fenomeni. Essi sono, appunto, i detentori dei lignaggi.
Dunque, se leggiamo le biografie, pur certamente di natura agiografica, degli 84 Mahāsiddha indiani, come ad esempio Nagarjuna, Virupa, Naropa, tutti persone con conoscenze e pratica piuttosto avanzate, ci accorgiamo tuttavia che si tratta sempre di una storia estremamente personalizzata. La pratica del tāntra, infatti, soprattutto rispetto a quella deisūtra, interviene più sulla simbologia personale che semplicemente sulla simbologia collettiva. Così, nella narrazione delle vite di questi personaggi, è ricorrente dato biografico il fatto che, dopo un’approfondita pratica dei sūtra, il Maestro piano piano si accorga che questa funziona solo fino ad un certo punto e poi non più; egli lascia allora il monastero, va verso il mondo, verso la vita, solitamente con modalità simili a quelle previste nella scuola tantrica induista dei Kāpālika: si aggira dunque nei posti di cremazione per ricordarsi l’impermanenza, coprendosi di cenere dei corpi, atto considerato in India sacrilego.

 

Possiamo quindi, fatte queste premesse, arrivare finalmente all’elemento della trasgressione, che è presente, dunque, nel tāntra precipuamente come elemento di una pratica che storicamente si oppone ad un’altra, precedente, bigotta e timorata.
I lama, infatti, sono soliti insegnare che il tāntra senza i sūtra è niente, una perdita di tempo ed è fondamentale la corrttta motivazione che desidera praticare il Veicolo Supremo del Tantra per diventare un Buddha per essere di reale beneficio universale.
Si pensi, per venire alla contemporaneità, ad esempio a tutto ciò che viene chiamato tāntra nella scuola di Osho. Osho era legittimato a parlare di tāntra, dal momento che era stato addestrato al tāntra stesso da sua nonna, tāntrika jainista. Gli altri, però, coloro che si proclamano suoi discepoli, possono solo, semmai, parlare di sessuologia, in alcuni casi molto utile per risolvere disturbi di natura sessuale, perché del tāntra prendono esclusivamente l’aspetto più folcloristico, rappresentato dallo yoga sessuale.
Questo, in realtà, viene praticato, tra i veri tāntrika, in maniera molto sporadica e solo ad un certo livello di purificazione dei nāda, i canali energetici: dopo aver raggiunto la realizzazione di Samādhi, dopo aver purificato tutto il corpo interno sottile, allora lo yōgī può avere bisogno di un’unione, anche solo una, detta mahāituna (unione sacra), per smuovere le energie psico-fisiche.
Per questo motivo anche nel tāntra tibetano è previsto lo yoga sessuale; ma si tratta di un elemento molto poco sottolineato, solo un piccolo capitolo di tutto il tāntra, che è stato invece estrapolato ed enfatizzato come elemento trasgressivo dalla psiche, un po’ repressa ed un po’ attratta dal libertinaggio, dell’uomo occidentale.

 

Per analizzare questa componente del tāntra da un punto di vista puramente psicanalitico, si può dire che vi è, nei sūtrae nel tāntra stesso, un trattamento diverso del desiderio (non quello a motivazione cosciente, ma quello che rompe e sconvolge tutto l’ordine precostituito) e del suo confrontarsi con la pratica della consapevolezza.
Nei sūtra, infatti, si ingaggia una relazione di potere nei confronti del desiderio: l’attenzione è qui rivolta all’etica, per realizzare Samādhi, e conseguentemente quei desideri che non vengono contemplati nella pratica etica del Vinaya, in particolare del Vinaya Piaka buddhista, semplicemente non vengono agiti. Quindi in questo non agire il desiderio, in questo non passare all’atto, da un lato si operano un movimento di separazione ed un’elaborazione ad esso conseguente; dall’altro, però, si perde anche l’opportunità di articolare il desiderio stesso in maniera più vitale ed esistenziale.
Questa seconda è, invece, la modalità di rapportarsi al desiderio propria del tāntra, i cui elementi folcloristici, ossia le cui manifestazioni (si pensi a come i tāntrika si muovevano, si vestivano, si comportavano nell’India medioevale) presentano un aspetto trasgressivo prevalentemente esteriore, che non viene assolutamente agito dai veri praticanti attuali del tāntra. E’ chiaro, insomma, che non c’è spazio nella nostra cultura per andare in giro nudi, coperti di cenere, con i capelli lunghi, sedendosi su pelli di daino; ma d’altronde anche nell’antichità questo aspetto era assolutamente secondario rispetto alla tradizione del tāntra.

 

Nel sentiero tibetano, infatti, si dice che il praticante deve essere Hinayana, cioè praticare in accordo all’etica nel comportamento corretto, internamente Mahayana, cioè con una motivazione di compassione universale, e segretamente Tantrayana, nel senso che il tāntrika segretamente sa che le regole sono convenzioni egoiche di adattamento, le pratica per compassione, ma non ci crede completamente, poiché le regole non sono al di là di cause e condizion.
Ancora la vita di un grande Maestro ci può fornire un buon esempio del significato di questa prospettiva. Si narra di un abate di un monastero a Kathmandu, in Nepal. Una mattina arrivò nell’assemblea dei monaci completamente nudo. I monaci si stupirono molto; lui se ne accorse, tornò nella sua stanza, si vestì di tutto punto, tornò nella sala comune e guidò il rituale. Egli aveva superato le convenzioni, ma quando si rese conto che questo turbava i suoi discepoli, con compassione tornò a conformarsi ad esse, per non scioccarli.
E’ chiaro, dunque, a questo punto come l’idea che il tāntrika possa fare liberamente ciò che vuole e tutta l’enfasi conseguentemente posta sulla presunta rilevanza dell’elemento trasgressivo nel tāntra non siano altro che un romanticismo occidentale.

 

Il vero punto essenziale del tāntra buddhista è tutt’altro.
Nei sūtra l’ostacolo all’illuminazione è rappresentato dai difetti mentali: rabbia, ignoranza, attaccamento, generando una erronea concezione del sé, visto come permanente ed autoesistente, ci inducono a creare separazione rispetto al ‘mondo’, che viene diviso dalla mente non luminosa in ‘amici’ (ciò cui sono attaccato) e ‘nemici’ (ciò che ostacola la mia relazione con quanto considero piacevole). Di qui tutto il lavoro sulla consapevolezza e sulla logica, concentrato in particolare sull’ignoranza, al fine di distinguere tra ciò che è, come esistente, e ciò che non è, come non-esistente.
Al termine di questo lavoro, nel sentiero buddhista tibetano si accede alla trasmissione di energia attraverso un rituale officiato da un lama pratico del tāntra: si assumono così le sacre promesse di retto comportamento, ossia di rispetto delVinaya, l’insieme delle regole etiche proprie del Dharma.
E’ dunque evidente che, lungi dal mettere al centro la trasgressione, viceversa il tāntra buddhista (ma così ad esempio anche quello Shivaista, che prevede per i sâdhu induisti che lo praticano regole durissime)si fonda sul rispetto rigoroso di numerosi precetti, oltre che sul lignaggio e quindi sulla aderenza alle indicazioni del maestro, considerate come un riferimento imprescindibile. Il tāntrika agisce pertanto in base a regole rigorose, che magari sono diverse da quelle dell’adattamento al mondo, ma rivestono comunque una notevole importanza e rappresentano la struttura fondamentale della sua pratica.
L’idea della centralità dell’elemento trasgressivo nel tāntra, retaggio principalmente storico della genesi dello stesso, è quindi prevalentemente frutto di un’operazione (purtroppo consueta) di svuotamento di significato compiuta arbitrariamente dall’Occidente rispetto a ciò che è altro da sé, che non viene compreso in profondità; a tale operazione decontestualizzante, poi, segue l’individuazione di un contenuto posticcio, fatto passare per vero.

 

D’altro canto, se tale elemento trasgressivo, in particolare in riferimento alla sfera sessuale, non è affatto centrale, tuttavia va detto che esso è comunque presente nel tantrismo oltre che per i già ricordati motivi storici, anche per una ragione di fondo.
Se, infatti, l’ostacolo principale all’illuminazione nel tāntra è rappresentato da un’erronea concezione di sé, come incapace, inopportuno, inadeguato, la caratteristica in cui viceversa ci si riconosce è quella della mente della vacuità, che ha il potere di andare oltre le azioni, creatrici di kārma: di qui la necessità per il tāntrika di compiere ogni sforzo per rimanere il più possibile in connessione con tale tipo di mente.
Laddove, in effetti, il panorama umano contemplato dai sūtra è quello di una mente in cui sorgono in continuazione ignoranza, attaccamento ed avversione, sicché il desiderio deve, in un simile contesto, essere represso, la visione deltāntra è, invece, completamente differente. Esso, infatti, presuppone irrevocabilmente, da un punto di vista logico, una assoluta padronanza della pratica dei sūtra, tale da consentirne il superamento: giunti a quella soglia di purificazione, la mente, ripulita attraverso la pratica menzionata dagli inquinanti, appare nella sua natura essenziale, ossia come mente luminosa. Il tāntrika, dunque, non ha più necessità di reprimere il desiderio e può piuttosto simbolizzarlo, utilizzandolo come strumento per l’illuminazione.
La mente ‘della luce chiara’, infatti, è spontaneamente, anche se brevemente, presente in alcuni momenti specifici della vita dell’essere umano (ad es. morte, rinascita, sbadiglio, svenimento…), tra i quali l’attimo che precede l’orgasmo sessuale. Questo è uno dei motivi che ha condotto all’utilizzo (lo si ribadisce, in maniera molto selezionata e specifica) anche eventualmente dell’atto sessuale come strumento per aprirsi, previo consolidamento di una precedente rigorosa pratica dei sūtra, alla mente luminosa.
D’altro canto, nel tāntra sono previste due modalità possibili di pratica: con kārmamudrā e con jinanamudrā, ossia secondo il modello rispettivamente dell’azione e della saggezza. Pertanto vi è chi, da laico, pratica concretamente, non con chicchessia, ma con la propria consorte, la quale a sua volta deve avere delle qualificazioni, e chi invece, come i monaci i cui voti comprendono anche quello del celibato, pratica con una consorte visualizzata, non diversamente da quanto si riscontra accadere nelle esperienze alchemiche occidentali, nelle quali è prevista l’unione o con una sororreale o con una soror mistica.

 

In conclusione, non si può trascurare di rilevare come il concetto stesso di trasgressione si declini in modi differenti, secondo i tempi ed i luoghi.
Oggi per molti versi in Occidente, dove tutto è stato ormai sperimentato e tutto è permesso, risulta paradossalmente trasgressivo, dal punto di vista comportamentale, seguire alcune regole sociali, come ad esempio rispettare gli altri, fare loro del bene, essere fedeli al proprio compagno; il che, se di vera trasgressione si tratta, significa, in una prospettiva sostanziale, adattarsi alla società, ma con lo scopo specifico di separarsi dal pensiero collettivo, in modo tale da avere uno sguardo personale sul mondo.
In questo senso, vale la pena ricordare proprio il pensiero di Osho, che sottolinea la differenza tra il ribelle ed il rivoluzionario. Il ribelle, privo di contenuti rivoluzionari, ha semplicemente bisogno di essere riconosciuto come tale; viceversa il rivoluzionario ha come contenuto un salto di paradigma della percezione del mondo.
In questo senso, il tāntra ‘è’ un salto di paradigma della concezione del mondo, è rivoluzionario. E dunque, dal punto di vista della concretezza delle regole, esso è decisamente trasgressivo. Ma non necessariamente la vera trasgressione ha bisogno di manifestarsi attraverso comportamenti bizzarri o stravaganti.

 

Suggerimenti bibliografici
Ven. Lama Yesce Thubten, Introduzione al Tantra, Edizione Chiara Luce, Pomaia, 1986
Mark Epstein, Buddha, Freud e il desiderio (trad. it. G.Pecunia), Indiana ed., 2012
Daniel Odier, Tantra, Neri Pozza (Colibrì), 1997

 

Vincenzo Tallarico è psicologo analista, terapista del Sand Play, coofondatore e presidente del Mindfulness Project - della cui Scuola di Counseling Transpersonale è docente - socio fondatore e membro AIRP, insegnante di meditazione secondo la tradizione buddhista tibetana.

(Estratto da Percorsi Yoga 64 - 2013)

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