YOGA VS. NORMA. UNA DIREZIONE DIFFICILE?

 

di Barbara Biscotti (scarica l'articolo in versione .pdf)

 

Diciamocelo: accostare lo yoga alla legge ci infastidisce. Chi di noi può dire di non avvertire una minacciosa antitesi tra la nostra disciplina, per noi spazio di libertà, creatività, finanche ‘rottura’ delle regole, e l’intervento del legislatore, che, da ‘laico’, pretendesse di definire, dettare modalità, forme, tempi di una pratica complessa, antica e trasversale come la nostra?
Ma, facendo esercizio di quella consapevolezza che dovrebbe contraddistinguerci, forse dovremmo riconoscere in tale atteggiamento anche una certa presunzione, che, nel momento stesso in cui, da un lato, agiamo nel mercato come dei professionisti, vendendo di fatto un servizio, ci fa sentire sempre un po’, tuttavia, al di sopra del mercato stesso e delle leggi che lo regolano.
Da questo punto di vista, la prima pratica di consapevolezza che ciascuno di noi dovrebbe proporsi ha come tema ‘che ruolo rivesto io, in quanto insegnante di yoga, nella società in cui vivo?’.
Dirò subito che una breve riflessione su di esso è necessaria e strumentale all’argomento che sto esaminando.

 

Usando l’accetta, direi che vi sono principalmente due risposte possibili alla domanda suggerita.
La prima corrisponde al seguente retro pensiero: l’insegnante di yoga deve necessariamente porsi sul mercato, ma ha tali peculiarità che lo fanno sfuggire alle regole comuni, cui è, in qualche modo, superiore.
La conseguenza coerente di questa prospettiva, però, dovrebbe consistere nella scelta di dispensare la propria conoscenza dello yoga al di fuori di una logica economica: in questo senso l’insegnante di yoga sarebbe dunque un ‘saggio’, che dedica la sua vita allo studio, offrendone i frutti gratuitamente a chi ne faccia seriamente richiesta. 
Una rapida analisi di realtà, tuttavia, ci dice che questo non è lo schema proposto dal modern yoga in Occidente (e nemmeno in Oriente). L’insegnante di yoga, alla prova dei fatti, è una persona che mette a disposizione del pubblico il frutto della propria esperienza e del proprio studio, facendosi retribuire da chi da lui apprende; cosa che, tra l’altro, è buona e giusta nella nostra realtà culturale e sociale, in quanto consente all’insegnante medesimo di fare dello yoga il proprio mezzo di sostentamento e, quindi, di potersi dedicare proficuamente al continuo approfondimento dello stesso, a vantaggio degli allievi per primi: un circolo virtuoso, dunque, e non qualche cosa di biasimevole o di minor valore rispetto alla prima opzione.

 

La conseguenza che, tuttavia, l’insegnante di yoga deve coerentemente e serenamente trarre dall’accettazione di questa seconda versione del proprio ruolo è che, nell’esercitarlo, egli svolge una professione, ossia una “attività continuativa a scopo di guadagno”. Ma, in quanto professionista, deve anche accettare che la propria attività venga fatta oggetto di regolamentazione ad opera della legge, a tutela sua, degli utenti, della serietà della professione medesima.
Certo, il grado dell’intromissione del legislatore può essere differente, ma è abbastanza chiaro che la possibilità attuale che chiunque, purché ne abbia i mezzi, si improvvisi insegnante di yoga, con tutte le possibili conseguenze in termini di danni per gli utenti (danni fisici e psicologici), per gli altri insegnanti, per la considerazione pubblica della professione stessa, non rappresenta un orizzonte apprezzabile, ma un terreno che richiede un qualche grado di intervento regolativo.

 

D’altro canto, qualunque sia l’opinione su quale sia il minore dei mali, se la libertà al prezzo appena descritto o la regolamentazione al prezzo della libertà, oggi essa è completamente superata da un dato di fatto: il legislatore (quello italiano come quello comunitario) si è accorto della realtà dello yoga (come di tante altre cosiddette ‘discipline del benessere’, DBN) e si sta muovendo, a torto o a ragione, nella direzione di una regolamentazione della stessa.
Gli insegnanti di yoga, dunque, piaccia o meno, devono attualmente fare i conti con una regolamentazione esterna della loro attività, che si presenta come sempre più prossima; questa, dunque, della relazione con il diritto è una delle tante ‘direzioni’ che lo yoga, (suo malgrado magari) sta prendendo.
E non si tratta affatto di una direzione che possa essere sottovalutata, anche alla luce del fatto che essa non riguarda solo l’Italia. Se in India si progetta di accampare un diritto esclusivo sugli asana, in quanto patrimonio culturale nazionale, sono ben note d’altro canto, le furibonde vicende processuali statunitensi che hanno visto scatenarsi vere e proprie guerre fratricide intorno a yoga, marchi e brevetti. E d’altro canto, per restare in contesti che possiamo sentire più vicini (ammesso che oggi ci si possa ancora permettere di operare questa distinzione), anche i nostri cugini d’Oltralpe, ad esempio, si stanno confrontando con definizioni del profilo professionale e certificazioni.

 

LA SITUAZIONE NORMATIVA ATTUALE
Ma restiamo in Italia e vediamo per cenni in che misura questa normazione della nostra disciplina sia imminente ed in quali termini. Lo Stato, ad oggi, non ha ancora emanato norme che ci riguardino specificamente, nonostante una Direttiva comunitaria (36/2005) chiedesse la costituzione di piattaforme comuni di identificazione di profili professionali, titoli, percorsi formativi.
In questo silenzio legislativo, le Regioni si sono rese conto dell’entità del fenomeno (si calcola che i ‘professionisti’ non regolamentati, ossia non facenti capo ad Albi o Ordini, ammontino circa a tre milioni sul territorio nazionale) ed hanno assunto alcune iniziative legislative, di cui la più ‘famosa’ (famigerata, direbbe qualcuno) è quella della Toscana.
Questa Regione (come molte altre che hanno elaborato progetti in proposito) ha individuato, con una legge del 2005, una sola grande categoria di professionisti afferenti all’ambito delle DBN, in cui sono stati inseriti anche gli insegnanti di yoga, qualificati come “tecnici”. La legge prevede, poi, un registro, obblighi, percorsi formativi, post-formativi, ecc. Come si può ben capire gli interessi, soprattutto economici, che vengono in gioco nella regolamentazione di temi di questo tipo sono importanti, specie ove si pensi alla formazione.
Questa legge, come ogni altro provvedimento regionale che intervenga ad individuare profili professionali non già previsti a livello nazionale, è incostituzionale: l’art. 117, co.3 della Costituzione, infatti, prevede che su materie (come quella delle professioni) per le quali vi sia una competenza concorrente tra Stato e Regioni, resti assolutamente riservata allo Stato la fissazione dei principi fondamentali.
In tal senso vi è anche una consolidata giurisprudenza della Corte Costituzionale, che ribadisce la sussistenza di un caso di violazione della Carta fondamentale in ogni provvedimento normativo con cui una Regione si limiti anche soltanto ad istituire un registro per professioni non individuate a livello statale.
Tuttavia l’incostituzionalità di una norma può essere rilevata, in prima istanza ed in via principale, dallo Stato entro un preciso termine, che, però, per il nostro caso ormai è decorso senza che essa fosse fatta valere; oppure in via incidentale da privati che, promuovendo un diverso giudizio (ad esempio un ricorso al TAR), sollevino anche la questione di costituzionalità. In relazione alla legge toscana vi sono stati alcuni soggetti che hanno proceduto così, ma non si è sinora mai arrivati a prendere in esame la questione costituzionale, in quanto tali procedimenti si sono sempre arrestati prima, travolti da difetti pregiudiziali come la mancanza di legittimazione ad agire.

 

Ma lasciamo le vicende della legge toscana, che, anche grazie alle ‘valorose’ iniziative del Tavolo comune costituito da alcune associazioni e insegnanti della regione, si trova ora momentaneamente in stand-by.
A livello statale, infatti, nel frattempo qualche cosa si è mosso.
Nel 2007 è stato approvato un decreto legislativo (n.206), che dava parzialmente seguito alle prescrizioni della Direttiva UE. In esso (art. 26) si prevedeva, ai fini della costituzione delle piattaforme comuni richieste dalla Comunità Europea, il riconoscimento, attraverso un’iscrizione in apposito elenco del Ministero di Grazia e Giustizia, delle associazioni di categoria maggiormente rappresentative sul piano nazionale ed una funzione consultiva delle stesse rispetto al delinearsi dei profili professionali, regolamentati e non.
Il 17 aprile u.s., poi, la Camera ha approvato il progetto di legge C 1934, frutto dell’unificazione di diversi disegni legislativi presentati in precedenza e che già aveva superato con parere favorevole l’esame di diverse Commissioni. Adesso il progetto passa all’esame del Senato, ma l’iter seguito dallo stesso sinora sembra suggerire che il testo dovrebbe diventare presto legge.
Questo disegno risponde anch’esso in parte alle istanze della Direttiva UE e completa l’azione del presente Governo in tema di professioni, facendo seguito al cd. Decreto Liberalizzazioni; la 1934 si occupa, infatti, delle professioni non regolamentate, ossia, come ho già chiarito, di quelle che non fanno capo ad Ordini o Albi.
Si tratterebbe di una legge molto generica, che certamente aprirebbe poi la strada ad una legislazione locale, ma le logiche che vi si riscontrano sono chiare e si possono riassumere in poche battute.
Innanzitutto riconoscimento di una serie di profili professionali non individuati prima, a fronte della soddisfazione di standard qualitativi, soprattutto in termini di formazione iniziale e continua, verosimilmente riconducibili all’ambito delle norme UNI (l’Ente Nazionale Italiano di Unificazione, che elabora norme tecniche che definiscono gli standard qualitativi di ogni settore economico).
In secondo luogo previsione della possibilità di esercitare tali professioni secondo modelli liberi (individuale, associativo, ecc.), ma con riconoscimento, in capo alle associazioni di categoria, di un possibile ruolo in merito alla certificazione della qualità.

 

In buona sostanza la legge mira soprattutto a tutelare i ‘consumatori’, individuando, all’interno di categorie di operatori che già offrono prestazioni sul mercato, coloro che, in quanto soddisfano i requisiti qualitativi prescritti, possono definirsi ‘professionisti’ di quel settore.
E’ evidente che se, da un lato, una legge di questo genere sembra tutelare la professionalità di chi seriamente lavora nel nostro ambito, oltre che la salute degli utenti, dall’altro i rischi che comporta sono diversi.
Il primo è che l’insegnante di yoga venga in seguito definito, come profilo professionale, in modi non appropriati dalle istituzioni (nazionali o locali), o in autonomia o malconsigliate da voci, magari isolate, ma ben inserite a livello politico.
Il secondo (e conseguente) è che lo yoga venga snaturato e ridotto, a causa della necessità di ricondurlo a qualche categoria più ampia, ad una versione, nel migliore dei casi, ‘addomesticata’ di se stesso, come già l’inclusione nella dicitura “discipline del benessere” suggerisce ((ma si pensi che potrebbe diventare anche, ad esempio, sport, terapia alternativa, o, perché no, pratica estetica…).
Il terzo è che si crei un mercato delle certificazioni di qualità, paradossalmente a scapito della qualità (e soprattutto della dignità) dello yoga ed a vantaggio delle tasche di qualcuno.

 

CHE FARE?
Se il panorama appena descritto può sembrare un po’ scoraggiante, tuttavia non bisogna lasciarsi sopraffare, ma anzi direi proprio che questo è il momento di rimboccarsi le maniche.
Sicuramente per lo yoga, in Italia, ci troviamo in una fase di cambiamento. E quella della trasformazione è sempre una direzione ‘difficile’. Tuttavia sappiamo bene che, quando vi è una circostanza di mutamento, ci troviamo anche di fronte ad una grande, imperdibile occasione.
Vediamo allora che cosa si può pensare di fare, passo dopo passo.

 

  1. Informarsi ed informare.

Tutti noi abbiamo un po’ la tendenza a pensare che queste faccende non ci riguardino e men che meno riguardino i nostri allievi. Dovremmo invece incominciare a riflettere sul fatto che, sia che insegniamo yoga come unica occupazione, sia che lo facciamo in via secondaria, si tratta di questioni che molto presto incideranno sulla possibilità stessa di svolgere un’attività che sicuramente tutti facciamo con e per passione.
Gli allievi, a loro volta, dovrebbero essere (ci sono molti modi) sensibilizzati sotto il profilo della qualità, della natura complessa dello yoga (che ha molti aspetti, anche laddove noi avessimo legittimamente scelto di insegnarne solo alcuni), delle differenze che possono esserci tra un insegnante qualificato da anni di formazione ed uno che si improvvisi tale dopo un paio di settimane in India.

 

  1. Creare sinergie.

E’ importante che in questo momento si crei una convergenza di forze positive. Gli interventi legislativi vanno tutti nel senso dell’affermazione di un ruolo centrale delle associazioni, in relazione alle professioni non regolamentate.
E’ perciò indispensabile che ciascuno viva la dimensione associativa in modo più che mai responsabile e che chi, legittimamente, ritiene di non entrare a far parte di un’associazione, si tenga, però, connesso con le realtà associative del settore, in una prospettiva collaborativa.

 

  1. Dialogare concretamente.

Non è un mistero che il dialogo tra diverse scuole ed insegnanti non sempre sia stato facile. A fronte di un rischio comune di vedere snaturata la nostra disciplina, tuttavia, bisognerebbe mettere da parte le differenze e scegliere di valorizzare i punti d’unione, per fronteggiare il problema in modo il più possibile unitario. Un’esperienza del genere di quella del Tavolo toscano, dove associazioni e insegnanti di formazione diversa hanno messo in comune le forze per interloquire in modo più autorevole con le istituzioni, dovrebbe realizzarsi sul piano nazionale.
E, vorrei sottolineare, dovrebbe coinvolgere anche quelle associazioni ed i singoli insegnanti che fanno capo a grandi reti internazionali, non meno coinvolti degli altri da una regolamentazione che, sul territorio nazionale, vincolerebbe tutti allo stesso modo.

 

  1. Autoregolamentarsi.

Bisognerebbe, quindi, prepararsi, laddove in effetti le istituzioni arrivino al dunque, ad essere pronti ad interloquire con loro. Questo significa creare un gruppo di lavoro condiviso che rifletta innanzitutto sulla definizione che può essere accettabile di yoga e di insegnante di yoga. In secondo luogo sui requisiti dei percorsi formativi e post-formativi atti a fornire la qualifica di insegnante di yoga. Infine sugli aspetti deontologici della professione.

 

  1. Accedere a gruppi d’interesse più ampi.

Esistono gruppi che riuniscono diverse associazioni di professionisti ascrivibili al novero delle professioni non regolamentate (ad esempio CoLAP, CNA Professioni, IAS per quanto riguarda specificamente le discipline bio-naturali) e che da anni stanno lavorando con le istituzioni al fine di elaborare strategie condivisibili. Sarebbe opportuno che le nostre associazioni confluissero in uno di questi gruppi, al fine di meglio accedere alle informazioni ed eventualmente difendere le nostre posizioni insieme ad altri che stanno facendo la stesa cosa.

 

  1. Certificare in autonomia.

Come ho anticipato, è altamente verosimile che il futuro contempli per noi, come per molti altri, la possibilità della certificazione di qualità. Questa circostanza potrebbe declinarsi o, secondo l’iter già percorso in molti settori, attraverso l’emanazione di una norma UNI di riferimento che preveda gli standard qualitativi per la professione e, quindi, che vi siano degli organismi ad hoc accreditati per la certificazione, o secondo percorsi di autogestione della certificazione da parte delle associazioni.
In ogni caso, quale che sia la modalità, è vitale, onde scongiurare pericolosi assalti al treno, che il mondo dello yoga ‘serio’ (mi si passi il termine) offra una struttura super partes che si faccia riconoscere in modo disinteressato come fonte di certificazione.
In assenza di questa il rischio è duplice: che qualcuno si approfitti di posizioni privilegiate e conoscenze, al fine di accaparrarsi il mercato delle prebende; o (e non so che cosa sia peggio) che lo Stato o le Regioni, a fronte di una frammentazione del mondo dello yoga, che, a differenza di molte altre DBN, non offre al momento un interlocutore unico, creino un proprio organismo di certificazione.

 

Ciò che oggi è più auspicabile, in conclusione, è la costituzione di un gruppo di lavoro comune che, mettendo insieme le molte buone risorse del mondo dello yoga, stenda un progetto condiviso relativo alla “prassi di riferimento” della nostra disciplina; con questo sarebbe possibile richiedere a UNI l’emanazione di una norma, alla luce della quale farsi accreditare (da Accredia, l’Ente unico nazionale per l’acccreditamento) come certificatori autonomi. Ciò varrebbe a contrastare efficacemente i rischi sopra descritti, assicurando allo yoga la dignità che gli è propria anche nel mondo delle professioni e distinguendolo, secondo le caratteristiche che gli sono proprie, da tutte le sue pseudo-derivazioni in termini di fitness, spiritualità new-age, pretesa funzione terapeutica, ecc., che potrebbero continuare (perché no) il loro cammino lungo percorsi autonomi, ben individuati, appunto, nella loro diversità rispetto a ciò che, solo, noi vorremmo continuare a chiamare, nella sua splendida complessità, ‘yoga’.

 

(estratto da Percorsi Yoga XIII n.62 - 2012)

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